L’ambiguità della vita
ci insegna che spesso
la nostra sfortuna
può essere anche una fortuna.

Tratto da: ARCHÉ, Silvio Leoni

Cinema e filosofia Riazzino

06.03.2012 - 19:30

Le quattro volte, Film di Michelangelo Frammartino (88')

D'Aloia Adriano

“In noi [ci sono] quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra. L’uomo è un minerale, perché ha in sé lo scheletro, formato da sali e da sostanze minerali; attorno a questo scheletro è ricamato un corpo di carne, formato di acqua, di fermenti e di altri sali. L’uomo è anche un vegetale, perché come le piante si nutre, respira, ha un sistema circolatorio, ha il sangue come linfa, si riproduce. È anche un animale, in quanto dotato di motilità e di conoscenza del mondo esterno, datagli dai cinque sensi e completata dall’immaginazione e dalla memoria. Infine è un essere razionale, in quanto possiede volontà e ragione. Abbiamo dunque in noi quattro vite distinte e dobbiamo quindi conoscerci quattro volte”.
È questa frase attribuita a Pitagora a ispirare il titolo, gli snodi e il senso profondo del film, interamente votato a restituire, quasi a incarnare nella sostanza comunicativa del cinema, il rapporto di imbricazione fra Uomo e Natura. Il passaggio in continuità tra forma dell’essere razionale (il pastore), animale (la capra), vegetale (l’albero), minerale (il carbone) è un percorso concentrico di riduzione e risalita genealogica. Lungo le tappe di questa palingenesi, compiuta nella purezza e nell’essenzialità del linguaggio, risuona l’ancestrale natura animistica del cinema: sullo schermo ogni oggetto si muta in soggetto e ogni soggetto in oggetto, le cose tendono all’antropomorfico e gli uomini al cosmomorfico (Edgar Morin). E se sullo schermo la Natura assume i caratteri di una nuova dramatis personæ (Béla Balázs), di fronte allo schermo lo spettatore fa esperienza del processo di trasformazione inversa. Attraverso le sue quattro vite distinte, prova a conoscersi quattro volte.